2026

PER L’ARTE D’IMPEGNO CIVILE

Artista, performer, poetessa, Regina José Galindo, quarantenne nata e cresciuta in Guatemala, un paese assediato e distrutto da anni di guerre civili, è una delle maggiori voci internazionali dell’arte d’impegno civile. La sua ricerca estetica usa il corpo come elemento di denuncia d’ingiustizie sociali, discriminazioni di razza e delle dittature. Il suo percorso artistico è stato marcato dal conflitto armato nel suo paese durato 39 anni, dal 1960 al 1999, che ha provocato il genocidio di 50 mila indigeni Maja e altre 150 mila vittime tra indigeni di altre etnie e contadini.
“Ho vissuto per tutta la mia vita in Guatemala – racconta l’artista – dove c’era un problema molto grande per la violenza in generale e per violenza di genere oltre ogni limite. Durante il conflitto armato, i crimini verso la popolazione femminile facevano parte di una strategia di guerra per infondere paura nella popolazione, perché uccidendo una donna si uccideva anche ogni possibilità di vita. Anche oggi le donne vengono assassinate nei modi più brutali. Di solito i corpi degli uomini appaiono con un colpo di grazia, pugnalati, soffocati, ma quelli delle donne presentano prove che sono state violentate e torturate, prima di essere uccise.”
I problemi del Guatemala iniziano nel 1954 a causa di un colpo di Stato organizzato dagli Stati Uniti che porta al potere una serie di dittatori militari. Il conflitto successivamente vede contrapporsi, da un lato il governo dittatoriale e dall’altro diversi gruppi di ribelli. Quest’ultimi erano sostenuti dalla popolazione Maya e ladina, le quali formavano insieme la classe povera di contadini. Le forze governative del Guatemala sono state condannate per aver commesso genocidio nei confronti della popolazione Maya e per violazione dei diritti umani verso i civili. La repressione militare ha fatto vittime tra attivisti indigeni, sospetti oppositori del governo, rifugiati, studenti e accademici critici, politici vicini alla sinistra, sindacalisti, religiosi, giornalisti e perfino i bambini di strada. Il Guatemala è stato il primo Stato dell’America Latina ad aver utilizzato la tecnica della sparizione forzata dei suoi oppositori che ha provocato dal 1966 fino al termine della guerra dai 40.000 ai 50.000 desaparecidos, come è documentato dal rapporto “Memorias del Silencio”, elaborato da una Commissione nominata dall’ONU. È in questo clima sociale e politico che Regina José Galindo muove i primi passi verso una ricerca artistica d’impegno civile e di denuncia. Inizia con la poesia e il disegno, avvicinando subito dopo all’arte visiva attraverso le performance. Vicina alle azioni della Body Art o dell’Azionismo Viennese, si serve del proprio corpo come di una parte essenziale del linguaggio artistico e le sue azioni diventano naturale conseguenza delle sue necessità espressive, come se il corpo potesse esprimere in modo più urgente e immediato i pensieri dell’artista.
Murarsi viva in una stanza di mattoni, costringersi in una camicia di forza, infliggere al proprio corpo un numero di frustate pari al numero delle donne assassinate nei primi sei mesi di quell’anno in Guatemala, sono solo alcune delle sue azioni per denunciare un senso vessazione e rivendicare il diritto alla libertà e alla protesta, pur non nascondendo un flebile senso di impotenza. Fin dalla sua prima performance, “Voglio gridare al vento” realizzata nel 1999, il protagonista è il suo corpo. Appesa ad un ponte della capitale, l’artista recita versi per denunciare la classe politica, l’atrocità e gli abusi commessi a cui sono sottomesse molte donne. Nel 2004 realizza, “Chi può cancellare le impronte?”, uno dei suoi lavori più intensi e famosi. Vestita di nero, cammina a piedi nudi coperti di sangue umano lasciando una scia d’impronte sulla strada tra la Corte Costituzionale e il Palazzo Nazionale del Guatemala. Sono le tracce delle migliaia di civili uccisi dall’esercito durante gli anni di guerra e repressione. È un atto di denuncia nei confronti della ricandidatura a presidente di Efraín Ríos Motti, golpista, ex generale del Fronte Repubblicano Guatemalteco (FRG) e dittatore sanguinario sotto la cui egida si erano compiute efferatezze e massacri sui civili. Con questa performance l’artista vuole mantenere viva la memoria di fronte all’oblio e all’impunità nella storia recente del Guatemala. Da allora l’artista percorre la strada coraggiosa di una ricerca artistica innovativa e d’impegno civile che attraverso un uso estremo e provocatorio della propria fisicità coglie le implicazioni delle ingiustizie sociali connesse con le discriminazioni di razza e di genere e con le relazioni diseguali di potere nelle società contemporanee. I suoi lavori sono stati presentati in varie edizioni della Biennale di Venezia dell’arte dove nel 2005 è stata insignita del Leone d’oro per la performance “Himenoplastia”, sul tema della ricostruzione della verginità.
Ha esposto in diversi musei internazionali, i suoi lavori sono in importanti collezioni d’arte, tra le quali Centre Pompidou, Guggenheim’s Collection, Tate Modern, Museo di Rivoli, ed è anche un’acclamata poetessa. Nel 1998 ha ricevuto il premio per la poesia della Myrna Mack Foundation. come autrice di intensi componimenti che, oltre a tracciare una memoria intima e personale denunciano la condizione femminile e dei diritti umani nel suo paese,